Storie di Pow(H)er Generation con Ricehouse

Nome e Cognome | Tiziana Monterisi

Ruolo | Cofondatrice e CEO di Ricehouse

Nome startup | Ricehouse

Settore |  Bioedilizia

Anno di lancio | 2016

 

 

 

 

Per la rubrica Storie di Pow(H)er Generation,
oggi intervistiamo la founder di Ricehouse

 

Di cosa si occupa e qual è il punto di forza di Ricehouse?

Ricehouse è una startup del settore bioedile che trasforma gli scarti derivanti dalla lavorazione del riso in materiali naturali per le costruzioni. Questi materiali si ottengono grazie alla miscela di calce, lolla e paglia di riso e risultano leggeri, altamente termici, traspiranti e, essendo completamente naturali, sono 100% biocompostabili e biodegradabili. Ricehouse nasce con l’obiettivo di sviluppare un modello di impresa sostenibile, mettendo al centro del proprio operato la sintonia fra uomo e ambiente. In questo senso, rappresenta un esempio concreto di “economia circolare”, che va a scardinare l’edilizia tradizionale, ritenuta la terza attività più inquinante al mondo. Nel 2020 siamo anche diventati una Società Benefit: ciò significa che la startup mantiene sì lo scopo di lucro, ma in aggiunta ha un’ulteriore finalità, ovvero quella di promuovere un cambiamento responsabile nella società.

 

Come è nata l’idea?

Forse era tutto già scritto nel mio cognome! L’idea, in realtà, nasce proprio dal campo. Dopo il trasferimento a Biella, ho cominciato a osservare come gli scarti del riso venivano distrutti e infine bruciati in quanto inadatti all’allevamento. Ho quindi cercato di capire come poterli riutilizzare ed è così che, studiando la paglia di riso, ho scoperto che questo materiale possiede delle caratteristiche naturali organolettiche ottimali per l’impiego nei cantieri. Così, nel 2016, insieme al mio compagno (Alessio Colombo, geologo), ho fondato Ricehouse, che ha fatto della produzione e della commercializzazione di prodotti 100% naturali per la bioedilizia il suo core business.

 

Con Ricehouse hai realizzato un sogno nel cassetto o hai stravolto i vostri piani? Di cosa ti occupavi prima di lavorare in una realtà innovativa?

Sono un’architetta e la mia specializzazione è l’edilizia bioecologica. Lavoro nel campo della bioedilizia da più di 15 anni, nel 2008 ho fondato insieme a Michelangelo Pistoletto Novacivitas e ho iniziato a occuparmi di ricerca, progettazione, costruzione e ristrutturazione di edifici secondo i principi della bioarchitettura. È in questa fase che, in parallelo alle esperienze imprenditoriali, ho iniziato a studiare a fondo le caratteristiche e le tecniche di costruzione con materie prime ottenute dagli scarti dell’agricoltura. Approdata a Biella, dopo averne studiato le caratteristiche, mi sono subito resa conto che il riso era perfetto per la realizzazione dei miei progetti, sotto diversi punti di vista. Innanzitutto, è una risorsa abbondantemente presente in natura – prodotto in tutte e 5 i continenti – che ogni anno si rinnova. In secondo luogo, questo cereale ha delle caratteristiche chimiche assolutamente peculiari, che lo rendono molto adatto alla sfida che ha intrapreso Ricehouse: per fare un esempio, non marcisce e risulta perfettamente integrabile con altri leganti naturali a base di argilla, magnesite e altro. Così, siamo riusciti in pochissimo tempo a rendere il nostro progetto in un vero e proprio progetto industriale, e quindi a passare dallo scarto del riso lasciato sul campo a un prodotto che arriva in cantiere pronto all’uso, direttamente in sacchi, pannelli, mattoni… insomma, in tutto ciò che il mondo dell’edilizia è abituato a utilizzare.

 

Avete vissuto dei periodi di crisi durante questi anni alla guida della vostra azienda? Come li avete gestiti?

Più che di crisi, agli inizi della nostra attività abbiamo dovuto superare lo scetticismo – ancora molto diffuso – legato all’utilizzo di materiali naturali e alla loro affidabilità nel campo delle costruzioni. Gli altri ostacoli sono stati l’eccesso di burocrazia, che impedisce alle nuove aziende di crescere più velocemente, e una scarsa percezione della cultura imprenditoriale nel nostro Paese, nonostante le piccole e medie imprese siano un asset importantissimo per l’economia. Ricehouse nasce da una profonda passione, con l’impiego di risorse personali, e sono sempre stata pronta a reinvestire nella startup tutto quello che guadagnavo, puntando su innovazione e ricerca dei materiali. E devo ammettere che tutti gli sforzi sono ripagati quando ci troviamo tra le mani un nuovo prodotto realizzato partendo dagli scarti del riso o quando possiamo vedere finalmente terminato un nostro progetto. Recentemente, poi, abbiamo concluso un aumento di capitale di 600 mila euro con l’ingresso di nuovi soci nella compagine societaria, tra cui Boost Heroes (Gruppo B Holding), Impact Hub, a|impact, Riso Gallo e l’imprenditore Jean-Sébastien Decaux. Questo ci consentirà di fare un significativo salto in termini di dimensioni, espandendoci alla conquista di nuovi mercati.

 

In base alla tua esperienza reputi che il percorso professionale femminile sia più complicato di quello maschile?

Nonostante dati e statistiche siano ancora desolanti – in Italia, ancora oggi quattro aziende su cinque sono guidate da uomini –, credo che le cose stiano finalmente cambiando. Sono sempre di più le opportunità per le donne che vogliono entrare nel mondo imprenditoriale, dai finanziamenti agevolati all’accesso ai crediti a sostegno delle attività guidate da donne, dagli investimenti sulla formazione anche per discipline storicamente egemonizzate dagli uomini, come quelle STEM, alla crescita del mondo dell’associazionismo e del networking femminile. C’è ancora molto da fare, ma la direzione è quella giusta: bisogna cambiare radicalmente il paradigma culturale e sociale, offrire anche alle giovanissime role model diversi e diversificati, fuori dallo stereotipo di genere, che sappiano creare più consapevolezza nella scelta delle proprie passioni e del proprio percorso professionale.

 

Nello sviluppo di un percorso imprenditoriale quanto è importante secondo te fare rete e promuovere un network che sostiene l’imprenditoria femminile? Con Ricehouse hai ricevuto supporto, soprattutto da parte di altre donne, determinante per il tuo business?

È importantissimo. Fare networking è un’occasione molto preziosa di scambio di idee, prospettive ed esperienze diverse, di aggiornamento professionale, di crescita umana e formazione trasversale, ma anche di condivisione di difficoltà comuni che incontriamo nei nostri percorsi. È una rete di sostegno fondamentale per far crescere le imprese e cogliere nuove opportunità. Noi partecipiamo alle attività organizzate da Shetech, Carica delle 101, Donne Si Fa Storia, Gamma Donna: tutte le attività organizzate da queste associazioni sono momenti di grande stimolo.

 

Che consiglio daresti ad un aspirante imprenditrice che vorrebbe avviare un business?

Crederci fino in fondo e non avere paura di sbagliare. Il più grande errore che si possa fare è di non provarci abbastanza. Se è la passione vera a muoverti, spingendoti e fare impresa e a cambiare le cose, allora troverai sempre la soluzione a qualsiasi problematica. È fondamentale credere nel proprio progetto perché si realizzi, partendo da un’idea d’impresa interessante e capace di rispondere attraverso l’innovazione ai cambiamenti sempre più veloci del mercato di riferimento. Certo, bisogna avere un’idea concreta e un progetto altrettanto concreto, ma è una volta partiti che inizia la vera sfida: non bisogna fermarsi mai, cercare sempre di migliorarsi. La nostra idea era quella di far dialogare agricoltura e architettura, e per continuare a raggiungere i nostri obiettivi non possiamo smettere di innovare, né tantomeno perdere di vista il nostro obiettivo primario e cioè di implementare una vera edilizia sostenibile.

 

Hai un o una role model di riferimento? Se sì, chi è e perché?

All’inizio della mia attività professionale sono stata ispirata da Michelangelo Pistoletto, artista con cui ho collaborato per dieci anni. Lui mi diceva sempre di buttarmi a capofitto nei progetti, di osare, di sperimentare, senza aver paura di sbagliare. Ho cercato di seguire i suoi consigli ed è stato così che ho iniziato, e non mi sono più fermata.

 

Qual è stato il momento di soddisfazione più grande che hai vissuto nel contesto della tua avventura imprenditoriale?

Un progetto che ci ha resi molto orgogliosi è stato quello di ricostruzione della scuola a Pieve Torina, in provincia di Macerata, che è stata distrutta dal terremoto. Il progettista che si è occupato della ricostruzione ha deciso di utilizzare soltanto i nostri materiali. L’edificio è perfettamente salubre e sostenibile con pareti in paglia intonacate con la calce lolla, non ha un impianto di riscaldamento, ma delle grandi vetrate che raccolgono gli apporti cosiddetti passivi del sole. Altro progetto molto interessante è “Casa UD”, un edificio “passivo”, quindi con consumi energetici molto bassi: non necessita né di riscaldamento né di un impianto di condizionamento pur essendo a più di 1.800 metri, perché mantiene al suo interno una temperatura confortevole durante tutto l’anno. Casa UD è stata costruita con materiali Ricehouse: paglia di riso, terra cruda, legno, vetro cellulare. Il progetto ha vinto molti riconoscimenti, tra cui il Premio Sostenibilità 2017 nella categoria Edilizia Ristrutturazione/Restauro. Ne andiamo particolarmente fieri.

 

Come vedi la tua impresa tra 5 anni?

Vogliamo sviluppare progetti sempre più innovativi e raggiungere gli obiettivi prefissati: 3 milioni di fatturato per il 2021, che equivale a 10 volte il fatturato 2020, oltre all’espansione in nuovi mercati esteri, a cominciare da Svezia, Austria, Germania e Francia. Inoltre, vogliamo iniziare a sondare le opportunità anche fuori dall’Europa, verso Oriente, in particolare Birmania, Indonesia e Giappone.

 

Grazie a Tiziana per aver condiviso la sua storia di empowerment,
con l’augurio che possa essere d’ispirazione per le Founder di domani! 

 

 

 

Per maggiori informazioni sull’iniziativa  Pow(H)er Generation ti invitiamo a scoprire di più sul sito ufficiale di Cariplo Factory.